Gennaio 30 2012

Le nazioni sono come gli amici: all’inizio vedi solo pregi e simpaticissimi tic, poi solo routine e insopportabili tare. Se per esempio vivessi in Inghilterra odierei gli inglesi (noiosi e ipocriti) e mi piacerebbero gli italiani (così espansivi e disinvolti), ma siccome vivo in Italia odio gli italiani (cafoni e delinquenti) e mi piacciono gli inglesi (così sobri e beneducati). L’ideale sarebbe cambiare nazione ogni tre o quattro anni, prima che ti venga in odio, perché è molto spiacevole quando persone che ti piacevano ti si rivelano un giorno in tutto il loro squallore, anche più spiacevole di quando muoiono, perché mentre in quest’ultimo caso conservi almeno dei buoni ricordi, nell’altro perdi anche quelli.

Tare - Smeriglia
nevver:Damn.

nevver:Damn.

Via this isn't happiness.

Gennaio 29 2012


(Fonte: insaniyat)

Via My Passion For Beauty!

Gennaio 28 2012

Moonrise Kingdom.

Moonrise Kingdom.

(Fonte: laureninthecity)

Via Spread, our codes to the stars*



(Fonte: bleedgold)

Via THE PULP GIRLS

Gennaio 27 2012


(Fonte: adelph)

Via her * majesty

fnin:

Dalla Prefazione:

“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e  cioè dopo che il governo tedesco, causa la crescente scarsità di mano  d’opera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da  eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e  sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio lbro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge  nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo  sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. […] Il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi,  aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di  un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri  bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo  bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui  il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in  successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di  fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore. Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato.” Primo Levi

27 gennaio 2012, giornata della memoria

fnin:

Dalla Prefazione:

“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, causa la crescente scarsità di mano d’opera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio lbro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione.
[…]
Il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore.
Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato.”
Primo Levi

27 gennaio 2012, giornata della memoria

Via Angelo Ricci

Questa storia comincia tanti anni fa, nel cuore dell’Europa più fredda, in un posto chiamato Lettonia. Il protagonista è un giovane operaio di nome Chanoch Lobovitz. La sua vita non è facile, il suo lavoro in una fabbrica di fiammiferi è duro e la Lettonia non è certo Disneyland. Ma Chanoch ha dalla sua l’amore per la giovane Cerna, con cui spera di convolare presto a nozze. Scoppia una guerra. Una guerra grossa. E cominciano a girare strane voci su quello che succede agli ebrei nei Paesi occupati dalla Germania. Nel 1941 la Germania dà il via all’Operazione Barbarossa durante la quale occupa la Lettonia. Chanoch, Cerna e le loro famiglie vengono scaraventati in un incubo. Un incubo fatto di fili spinati, camini, scarpe di legno, neve, malattia e morte. Chanoch sopravvive all’incubo. Quando la guerra finisce, è un uomo distrutto, minato per sempre nella psiche. Dormirà con la luce accesa per tutto il resto della sua vita. Chanoch non ha più nulla, se non la speranza di riabbracciare i suoi cari. Grande è la sua gioia quando ritrova Cerna, l’amore della sua vita. Ma per gli altri, deve ben presto rassegnarsi. I suoi fratelli, le sue sorelle, genitori, zii, cugini. Non è rimasto nessuno. Anche Cerna è rimasta sola. La coppia decide di ricominciare da un’altra parte. Di abbandonare la civile Europa che li ha traditi e partire per una terra dove, pare, stia per nascere una patria per gli ebrei. Mentre aspettano il visto per la Palestina, si sposano e nel 1948 nasce Mendel. L’ultimo Lobovitz a nascere in Europa. Cerna e Chanoch arrivano in Israele. Sono poveri ma si rimboccano le maniche. Vivono in una baracca. Nel 1950 nasce Chavah e tre anni dopo Masha. I figli crescono. Nel 1966 Mendel ha diciotto anni e presta il servizio militare a Haifa. Qui incontra una signora lettone, una vecchia amica di famiglia dei Lobovitz. Va a trovarla spesso e Chanoch le manda sempre i suoi saluti. La signora tra l’altro si reca spesso in Lettonia, a Riga, dove vivono alcuni suoi parenti. Gli anni passano, il servizio militare è lungo (tre anni) ma anche dopo, Mendel rimane in contatto con la signora. Quando passa da Haifa, va sempre a trovarla. Nel 1970, Mendel va a prendere un caffè dalla signora e a un certo punto, con il tono più naturale del mondo, costei gli dice: “Ah ma lo sai caro Mendel che in tutti questi anni mi sono dimenticata di dirti che IL FRATELLO DI TUO PADRE, TUO ZIO, E’ VIVO E VEGETO IN LETTONIA E ANCHE LUI E’ CONVINTO CHE TUO PADRE SIA MORTO AH AH PENSA CHE STORIA”. Mendel resiste alla tentazione di strozzare quella stronza. Corre da suo padre, a Yavneh (certe notizie non è il caso di darle per telefono, anche perché come vi ho detto Chanoch non era tanto stabile con la testa, poveretto) e gli dà la notizia. Suo fratello è vivo. Chanoch non riesce a crederci. Contatta ambasciate, uffici, l’Agenzia Ebraica, finché non trova l’indirizzo di suo fratello. Gli scrive. Le cose a Riga non vanno benissimo. Chanoch risparmia sulle magre finanze familiari e riesce a pagare a suo fratello il viaggio per Israele. L’incontro avviene all’aeroporto Ben Gurion, a Tel Aviv. I due fratelli si abbracciano dopo trent’anni. Anche il fratello di Chanoch ha risparmiato e ha comprato al fratello un regalo. Con le lacrime agli occhi, consegna nelle mani tremanti di Chanoch un bellissimo samovar. Dopo alcuni giorni, i due fratelli si salutano nuovamente. Rimangono in contatto, Chanoch ogni tanto manda pacchi di derrate alimentari in Lettonia quando l’inverno è particolarmente duro e avaro. Chanoch purtroppo muore pochi anni dopo, nel 1976. Il samovar rimane nel salotto di Cerna, che rimasta vedova si è trasferita a Rehovot, fino al 1987, quando muore anche lei. A quel punto, il samovar torna in Europa, per la precisione in Italia, dove Chava nel frattempo si è trasferita perché si è innamorata di un goy e ci ha fatto una figlia. Il samovar è ancora lì, nel salotto di Chava. E un giorno, tra cent’anni come si suol dire, verrà trasferito a casa della figlia di Chava, Karin, che nel frattempo ha questa storia da raccontare.

—di Karin


(Fonte: what-about-the-beatles)

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Via this isn't happiness.

Gennaio 26 2012
leelu366

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