—Siamo arrivati al punto in cui non interessa più la narrazione dei fatti, intesa come strumento per arrivare ad una verità, o per lo meno, per provare a spiegare l’accaduto nella sua complessità, le ragioni, le cause e magari capire cosa non abbia funzionato. Non più. A noi, ora, interessa semplicemente la narrazione dei fatti fine a se stessa, per sentirsi almeno per una volta nel giusto, perché non abbiamo sbagliato noi, non per questa volta, ma l’altro e dunque, provarne gioia. Un’enorme “Schadenfreude”, la gioia attraverso l’altrui disgrazia, deus ex machina del giornalismo da gossip, attraverso cui leggere il mondo. Siamo i colleghi di Fantozzi, quando tutti insieme, meschini, ridono morbosamente a comando del direttore.
Con stupore c’interroghiamo sulla disgrazia, sul “com’è potuto accadere?”, consapevoli però che in quella domanda è già contenuta la risposta, l’accusa, la difesa e soprattutto, la condanna. La giustizia farà il suo corso, ma a noi non interessa la verità, basterà il primo bar all’angolo per trovare una decina di giudici, schierati al bancone, cappuccino e brioche in mano, pronti a ribaltare un qualsiasi grado di giudizio e confermare così la nostra prima ed unica condanna.
Condanna esemplare, punitiva, definitiva, perché in ogni disgrazia troviamo il nostro nuovo Gesù da buttare sulla croce, al Venerdì, per vederlo poi risorgere al Lunedì. Il percorso di redenzione dura tre giorni, poi l’assunzione al cielo del dimenticatoio, in quel Paradiso dove tutte le anime, sgravate dai loro mali, diventano uguali.
Via SPAAM



